Cercando il giocattolo che non c'è più - Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio | Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio
Direttore responsabile Giovanni Tagliapietra

Cercando il giocattolo che non c’è più

Visita al Museo di Zagarolo

Zagarolo-Museo-del-Giocattolo_poiUn viaggio nel passato alla ricerca del giocattolo che non c’è più. È questo quello che si può scoprire nel Museo del Giocattolo, il più grande d’Italia, che si trova all’interno dell’Istituzione del Palazzo Rospigliosi di Zagarolo, a pochi chilometri da Roma. Un museo demo-antropologico del giocattolo, che non si rivolge solo ai più piccoli, ma anche e soprattutto ai meno giovani, che vi possono ritrovare frammenti di una infanzia vissuta e talvolta dimenticata. Il Palazzo è stato comprato dal comune di Zagarolo nel 1979 dalla famiglia Rospigliosi Pallavicini ed è stato scelto come sede prestigiosa appunto per il Museo del Giocattolo, che avrebbe dato la possibilità al pubblico di conoscere e visitare le varie sale del palazzo e conoscerne le qualità artistiche presenti. Insomma, un prezioso punto di riferimento culturale e turistico.

Diventa quasi difficile scegliere se guardare le diverse esposizioni dei giocattoli, oppure soffermarsi a guardare le decorazioni degli interni, le volte allegoriche, i simboli araldici della famiglia, oppure lo stemma: affreschi che riportano al gusto tardo manierista, soprattutto le volte del piano terra. Il Museo del Giocattolo occupa l’ala est del palazzo.

L’iniziativa, va sottolineato, è molto originale. “Lo scopo – spiega il direttore Francesco Zero – è quello di creare qualificate opportunità occupazionali nonché di impiegare personale motivato e dotato di una conoscenza diretta delle problematiche e delle risorse locali.  Il Museo del Giocattolo non vuole proporsi come mero custode passivo di pur storici e significativi reperti, bensì come contenitore vivo e ricco di iniziative per favorire riflessioni, creatività e fantasia, nostalgie e proposte, promuovendo e ospitando attività culturali e didattiche, convegni, seminari, mostre temporanee, spettacoli”. Il viaggio attraverso le sale permette di vedere esposti giocattoli di tutti i tipi. Ed ecco sentire tra i “diversamente giovani”, frasi del tipo: «questo ce lo avevo anche io», oppure «con questo ci ho giocato per anni», o ancora «chissà dove sarà andato a finire a casa mia”. Ma a parlare sono gli occhi. Donne ora madri che hanno riconosciuto la loro bambola di quando erano bambine. Uomini ora padri che si emozionano davanti al piccolo videogioco portatile in bianco e nero, complice di partite clandestine sotto il banco a scuola. Adulti che tornano bambini; bambini che rimangono perplessi da tanti giochi che possono guardare ma (alcuni) non toccare.  “Una particolare attenzione da parte del Museo – continua il direttore –  è volta alla diffusione, presso le più giovani generazioni, del significato dei giocattoli esposti, che viene approfondito attraverso la scoperta delle caratteristiche tecniche, meccaniche e costruttive degli stessi”.

L’idea ora è quella di capitalizzare questo piccolo gioiello, di promuovere mercati, conferenze, incontri, organizzando mostre temporanee di artisti, collezionisti.  Già vengono organizzati anche concorsi a tema sul giocattolo. Il pubblico risponde. “Solo domenica scorsa, in due ore ci sono state oltre 200 persone”, riflette Francesco Zero. Ed è la testimonianza che il giocattolo del passato è ancora vivo. Giocattolo inteso come pezzo sociale, di scambio. Grandi collezionisti di soldatini, bambole, robot conquistano l’attenzione dei visitatori e naufragare tra colori ricordi e giochi di ogni tempo è la cosa più bella che si possa fare in quei momenti pieni di frammenti del passato.

Francesco Vitale

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