Simona Marchini in versione intimista con La mostra al teatro Sistina | Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio
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La mostra, Simona Marchini in versione intimista al teatro Sistina

Simona Marchini è un’autentica «figlia d’arte»: perchè appartiene a una stirpe di imprenditori mecenati di pittori e scultori e perchè nella vita ha fatto la gallerista, l’attrice comica, la regista di opere liriche (la ballerina no, racconta lei, perchè non aveva polpacci abbastanza belli). La vita dell’attrice, la sua famiglia, gli incontri che ne hanno segnato la carriera sono il cuore dello spettacolo La mostra, da ieri e fino al 30 novembre per la prima volta nel teatro che l’ha prodotto – il Sistina – con la regia di Gigi Proietti. Una bella sfida, visto che nel cartellone del Sistina ci sono di solito show ben più imponenti. Ma la Marchini – 73 anni fra un mese – regge benissimo oltre due ore di spettacolo praticamente da sola. Le fanno compagnia sul palco soltanto il pianista Andrea Bianchi, una giovane ballerina della scuola del Teatro dell’Opera e il coautore dello spettacolo Claudio Pallottini nel ruolo di Angelo, custode dell’immaginaria galleria in cui il monologo è ambientato. Aneddoto dopo aneddoto, lo spettacolo inscena gustose gag e mostra opere d’arte su un’ampia parete bianca. E così un angelo caravaggesco diventa l’occasione di parlare dell’angelo personale della rossa Simona, Don Lurio, una scultura di Leoncillo Leonardi rimanda a Luchino Visconti e a Roma città aperta («Artisti che emozionano altri artisti: e poi dicono che l’arte è inutile»). L’eclettica Marchini si diverte e fa divertire cantando (a sorpresa spunta sul palco Maurizio Mattioli, che l’accompagna sulle note della colonna sonora di Rugantino), imitando tutti gli accenti d’Italia (dal calabrese della famiglia del primo marito al napoletano di quella del secondo, il calciatore della Roma Ciccio Cordova), tornando a interpretare l’indimenticabile Iside Martufoni. Ne esce, insieme al racconto di vita, un’analisi ironica ma spietata verso l’impoverimento della vita intellettuale di Roma («Nel bar dove si sedeva Flaiano ora c’è Borghezio») e le miopi politiche culturali di questo Paese. Con un auspicio: che gli unici tagli ammissibili nel settore siano quelli delle tele di Fontana.

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