Primarie, scontro e imbarazzo nel Pd per le schede bianche. A sinistra grandi manovre Marino-Bray | Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio
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Primarie, scontro e imbarazzo nel Pd per le schede bianche. A sinistra grandi manovre Marino-Bray

«A seguito della verifica richiesta sui dati relativi ai voti non espressi in occasione delle primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra, si comunica che è stato riscontrato un errore nella determinazione del numero delle schede non votate. L’errore è stato causato innanzi tutto dall’aver sommato al totale anche il numero delle schede bianche risultanti dai verbali per l’elezione dei candidati Presidenti di Municipio». Lo rende noto il Tavolo organizzatore delle primarie del centrosinistra per il sindaco di Roma. – A seguito del riconteggio delle schede bianche il comitato delle primarie del centrosinistra a Roma comunica che sono risultate 567 e non 2866 come detto in precedenza. I voti validi sono dunque 43.607, le nulle 326, le contestate 1. I voti totali 44.501. – Secondo una nota del comitato per le primarie l’errore sarebbe stato generato dall’avere aggiunto erroneamente alle schede bianche per la scelta del candidato sindaco quelle per la scelta del candidato in quattro municipi. Dunque, sostiene la nota del comitato per le primarie, alle schede non votate relativamente alla scelta del candidato sindaco sono state sommate un totale di 1.040 schede bianche relativamente ai municipi II, VI, VII, XIII. Inoltre il Comitato, sottolinea, sarebbe stato indotto in errore dal fatto «che i dati dei seggi sono pervenuti al Comitato in prima battuta via telefono: rispetto alle comunicazioni pervenute spesso ci si è limitati a rilevare i risultati dei candidati e non quelli delle schede non votate e in relazione ai dati mancanti si è proceduto quindi ad una proiezione». Questo errore aggiuntivo avrebbe fatto lievitare «le schede bianche rispetto al dato reale di ulteriori 1279». «Si è proceduto quindi, nella giornata odierna, ad estrapolare dal copioso materiale pervenuto i verbali non consegnati separatamente ma giacenti nei contenitori e dal computo effettivo risulta che il totale delle schede bianche è pari a: 567, e quello delle schede nulle è pari a 326», conclude la nota.

Non c’è pace per il Pd a Roma. Dopo le polemiche sulla bassa affluenza e le dichiarazioni contestatissime di Matteo Orfini «sulle truppe cammellate alle precedenti primarie», scoppia il caso ‘schede bianche’. Un dirigente nazionale anonimo del Pd rivela al Messaggero che «schede bianche e nulle sarebbero state virtualmente gonfiate per fare aumentare i dati sull’affluenza». Il comitato promotore, visto il polverone, avvia le verifiche ed emergono effettivamente degli errori di conto fatti all’indomani delle primarie: i votanti non sono più 47.317 ma 44.501, con le schede bianche che calano da 2.866 a 567 e quelle nulle da 843 a 326. Al termine del controllo viene fuori che i numeri non sono quelli annunciati il 7 marzo: per sbaglio, spiegano gli organizzatori, sono state sommate le schede bianche delle primarie nei quattro municipi a quelle per il Campidoglio ed è stata fatta una proiezione errata di dati inizialmente non comunicata dei seggi. Risultato: i votanti sono di meno e indicano un crollo dell’affluenza ancor più marcato rispetto ai 100 mila partecipanti alle primarie del 2013, di parecchio al di sotto dei 50 mila. Soglia che secondo il candidato Roberto Morassut avrebbe fatto da spartiacque tra una affluenza sufficiente e un flop. Le polemiche infiammano la giornata politica romana, con il Movimento Cinque Stelle che attacca il commissario dem Matteo Orfini e lui che frena: «Da due giorni si parla di eventuali errori che, se ci sono, vanno corretti ma che non inficiano però il risultato politico». Per il vincitore delle primarie e candidato sindaco per il centrosinistra Roberto Giachetti «la ragione» di un artificio simile «dovrebbe essere dimostrare una maggiore affluenza al voto, ma anche un bambino capisce che da 43mila o 45mila votanti non cambia nulla. Se è vero vorrei conoscere quel genio che ha messo schede bianche per aumentare affluenza. Che cambia con 2.000 voti in più? Pensiamo a Roma!». «Io vorrei conoscere di più il genio che gli ha ordinato di farlo», gli risponde insinuante il deputato dem Marco Miccoli. Roberto Morassut, parlamentare dem e principale sfidante di Giachetti alle primarie, sottolinea che già dalla sera dello spoglio il suo comitato aveva divulgato il numero di votanti che a loro risultava: ovvero «43 mila» persone, con «percentuali minimali di schede bianche. Se è vero che sono state aggiunte è stato un errore inutile e dannoso». Duro anche Stefano Pedica, il terzo candidato dem delle primarie romane: «Il Pd deve valutare il motivo di queste schede bianche e darci spiegazioni, perché non è mai successo che ce ne fossero così tante. Servono spiegazioni altrimenti l’elettorato si arrabbia». Ma è soprattutto a Roma che si guarda: Massimo Bray, dalemiano ed ex ministro, starebbe pensando di candidarsi in alternativa a Stefano Fassina, e anche Ignazio Marino non esclude un suo ritorno sulla scena capitolina. «Sarebbe un suicidio, non lo prendo neanche in considerazione come ipotesi accademica» taglia corto il vicesegretario Lorenzo Guerini. Ma tra i renziani, da tempo, gira il sospetto che Massimo D’Alema lavori «dentro e fuori il partito per sabotare» il Pd di Matteo Renzi. Sospetti e accuse più da periodo congressuale che da vigilia di battaglia per le amministrative. Bersani, denunciando l’«irritualità» di prese di posizione di ieri a favore della regolarità delle primarie partenopee, torna a parlare di «un problema serissimo» causato da un «disagio degli elettori» per la metamorfosi del Pd che ha portato, secondo la minoranza, ad una fuga dai gazebo. «La commissione di garanzia ha deciso con la saggezza che e’ propria degli organi di garanzia», ribatte il capogruppo alla Camera Ettore Rosato. E a Gianni Cuperlo, che vorrebbe portare il caso napoletano davanti alla commissione di garanzia nazionale, Guerini fa sapere che «l’appello non è previsto» visto che è il comitato della coalizione locale a decidere. Renzi per ora lascia parlare i suoi ed evita di intervenire direttamente. Ma certo sta diminuendo la soglia di sopportazione verso una minoranza che, sostengono i renziani, «non fa altro che attaccare il governo ed il Pd come se fosse M5S o Fi». L’incomunicabilità è totale in attesa del chiarimento politico in direzione. Fino ad allora è difficile che le acque si calmino.

– Organizzare primarie a sinistra del Pd. L’idea che da tempo serpeggia nei capannelli politici della Capitale, non è l’unica carta degli anti-renziani romani. Si affianca ad un altra ipotesi: far convergere diverse forze attorno ad un candidato unitario supportato da un listone civico e senza simboli. E quel candidato potrebbe avere il volto di Massimo Bray o Ignazio Marino, entrambi del Pd. I contatti tra i due sono già avviati: stando a quanto era filtrato dai loro entourage, si sarebbero dovuti incontrare oggi di persona, ma poi l’incontro è slittato. Dei giochi dovrebbe far parte anche Peppe Civati e la componente Sel-Sinistra Italiana, o almeno una parte di essa. Tutto dipenderà dallo strumento utilizzato per la nuova candidatura: se saranno le primarie, no problem; altrimenti Stefano Fassina potrebbe portare avanti la sua candidatura a sindaco. Il nome di Bray, ex ministro nel governo Letta ed ex braccio destro alla fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, era già stato fatto circolare nelle settimane precedenti alle primarie dem del 6 marzo. Poi Bray aveva declinato, spiegando di non voler compiere scelte divisive. Ma ora, forse, ha cambiato idea. In un caso o nell’altro, l’incognita alimenta più di un mal di pancia all’interno del suo partito. Se ieri era stato il candidato ufficiale dei dem Roberto Giachetti a scagliarsi apertamente contro una candidatura «che non ha speranza» e che avrebbe come unico esito «quello di far andare M5S e centrodestra al ballottaggio», oggi rincara la dose Roberto Morassut. «Vedo che, alla nostra sinistra, ci si preoccupa di come costruire uno schieramento che può rischiare di farci perdere anziché accettare un confronto serio e aperto sulle prospettive possibili di un nuovo governo democratico e di centrosinistra della città – dice il parlamentare secondo arrivato alle primarie -. Così, rischiamo di non fare molta strada e di non cogliere il segnale netto che molti nostri elettori ci hanno inviato non partecipando alle primarie». Bray candidato? «E che c’entro con la sinistra…», prende pure le distanze Pier Luigi Bersani. Giachetti, invece, dice la sua su Ignazio Marino: «Io non sono uno che ha esordito nella campagna elettorale dicendo ‘questa è Roma, non è politica’ (lo slogan elettorale di Ignazio Marino nel 2013 era ‘Non è politica, è Roma’, ndr). Solo uno sprovveduto può pensare che mettendo ai margini la politica si può resistere ai poteri forti». Intanto l’ex primo cittadino ha messo la parola fine al suo libro sugli anni della politica romana che dovrebbe uscire a breve e che dovrebbe riservare più di qualche sorpresa. I suoi supporter, riuniti nell’associazione Parte Civile, hanno già iniziato le raccolte fondi e sognano una campagna elettorale per riportarlo al vertice del Campidoglio.

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