Perché la sanità laziale è malata - Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio | Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio
Direttore responsabile Giovanni Tagliapietra

Perché la sanità laziale è malata

I sette indicatori che condannano il sistema tanto lodato dal governatore Zingaretti: soddisfazione sui servizi sanitari, mobilità attiva, mobilità passiva, spesa sanitaria, famiglie impoverite a causa di spese sanitarie out of pocket, spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli, costi della politica

ps_ospedaleQualcuno non la racconta giusta. A che punto è la sanità del Lazio? A un passo dall’eccellenza o in mezzo alla palude. Dipende dai punti di vista. Dai manifesti il faccione sorridente del governatore Zingaretti assicura che tutto va per il meglio, e si vanta di aver cancellato un segmento di ticket regionale. La “sua” sanità è uscita dal tunnel, il deficit è quasi azzerato, tanto è vero che si investe e si assume. Lazio prima della classe, insomma. Poi giri lo sguardo e capita sotto gli occhi una delle tante indagini che si susseguono sul pianeta sanità. Sarà anche la migliore, la sanità del Lazio, ma nella classifica delle regioni italiane nell’ambito della assistenza ha appena perso dieci posizioni in un anno, un tonfo del sistema magnificato da Zingaretti. Ed è quella sanità che l’utente percepisce e tocca con mano. A inchiodarlo ci sono sette indicatori con dati desunti da diverse fonti istituzionali: soddisfazione sui servizi sanitari, mobilità attiva, mobilità passiva, spesa sanitaria, famiglie impoverite a causa di spese sanitarie out of pocket, spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli, costi della politica. L’istituto Demoskopika trascina cosi il Lazio tra le Regioni che l’indagine definisce “malate e affette da influenza”, La regione italiana con il sistema sanitario più efficiente è il Piemonte. La regione “più malata”, invece, si conferma la Calabria. Le realtà territoriali definite “sane” sono in tutto quattro, nove aree sono “influenzate” e ben sette “malate”. Perdono posizioni, uscendo dall’area delle realtà sanitarie d’eccellenza, Umbria e Liguria. Al Sud la migliore perfomance spetta al Molise che guadagna sei posizioni. Ma restiamo nel Lazio, dove nemmeno l’alleanza con la sanità privata accreditata ha salvato gli ospedali capitolini (e non solo, anche alcuni ospedali del Lazio meridionale sono andati in tilt) , i Pronto Soccorso in particolare dal collasso. Il solito ministro Lorenzin ha inviato i soliti ispettori, un atto sterile, inutile. Barelle accatastate, posti letto insufficienti, privacy praticamente inesistente. Pazienti lasciati in attesa anche per due giorni consecutivi. Le solite cose che si denunciano inutilmente da sempre I Nas hanno fatto le bucce alle aree di emergenza dei nosocomi romani, riscontrando una paurosa situazione di affollamento. Colpa dell’influenza? Non solo. Si è visto a Latina, a Sora, è stato messo sulla graticola il tristemente celebre ospedale di Nola, con i pazienti curati addirittura per terra, senza nemmeno le barelle. La responsabilità è del sistema e di chi lo amministra, lo controlla, lo organizza. I dirigenti, le direzioni, le figure apicali. Quei vertici che o non hanno capito o non hanno saputo interpretare le direttive sulla riorganizzazione dei Pronto Soccorso. Ma è un discorso vecchio, che nonostante gli sforzi non si riesce a superare. L’inverno arriva puntuale ogni anno, i vaccini non sono una innovazione di queste ultime settimane, ci sono gli ambulatori del week end, le case della salute, piani strategici anti liste di attesa. Eppure il sistema non funziona. Nel tritacarne dei media alla fine finiscono quei poveri diavoli che si danno da fare nei reparti e nelle emergenze, I vertici non pagano mai.

Giulio Terzi

email




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *