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Renziani e nuovo PD

matteo renziQuel che sta succedendo in questi giorni nel Partito Democratico romano, poche settimane prima delle primarie per la corsa alla segreteria nazionale, ci sta dando ragione: Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini dalla parte di Andrea Orlando contro Matteo Renzi sono, di fatto, Roma contro Firenze o, come ha scritto questo giornale la settimana scorsa, la “vendetta” di Roma su un PD renziano che, pur maggioritario del Paese, a Roma non ha mai attecchito. Il pd capitolino, anche quello più evoluto,  ha le proprie radici nel PCI, il partito comunista italiano. Renzi è un post-comunista, più pronto a parlare con le multinazionali che con i vecchi comunisti, ha i tempi, velocissimi, del raider di Borsa.  Roma è sonnolenta e sotto molti aspetti bizantina -proprio ciò che il rottamatore Renzi disprezza – ma, contrariamente a Renzi, ha fatto propri i “comandamenti” di Machiavelli; può anche essere nel suo momento di maggior degrado ma, nel bene come nel male, vi si “respira politica”. E, come detto, voglia di vendetta.

 

Per averne conferma basta guardare come il PD romano si prepara alle primarie del 30 aprile nelle quali il Matteo si giocherà la carta della riconquista della segreteria per tentare poi di spiccare di nuovo, dal Nazareno, il volo verso Palazzo Chigi: tutti con Andrea Orlando, l’attuale ministro della giustizia, tutto il contrario del rottamatore. Sbruffone l’ex sindaco di Firenze, quasi sempre silenzioso l’altro. Uomo delle decisioni solitarie il primo, del dialogo il secondo. Per i piddini romani dire “sto con Orlando” vuol dire “sto contro Renzi”. Orlando scende in campo non solo per prendere il suo posto di renzi ma per “fare un altro partito”. Un nuovo Pd con Orlando segretario avrebbe un obiettivo già evidente: tentare di rifare l’Ulivo che fece Romano Prodi, e che poi crollò, di fronte al berlusconismo, soprattutto – già allora – per le rivalità interne alla sinistra (la rivalità senza fine tra i “fratelli coltelli” D’Alema e Veltroni e la linea politica di Rifondazione comunista). Per il PD romano questo è importante, ma è soprattutto essenziale battere “l’arroganza del rottamatore”, ricoinvolgere anche “chi viene del PCI”.

 

Nel PD di oggi a trazione renziana, Orlando è insieme con Gianni Cuperlo un esponente dei “giovani Turchi”, la corrente del nata nel 2010 come reazione al decisionismo personalistico di Renzi. E’ giovane (46 anni) ma è stato comunque membro del PCI, presidente a vent’anni della Federazione Giovanile del comunisti italiani (la FGCI). Dei giovani turchi faceva parte anche il romano Matteo Orfini, oggi commissario del partito in attesa della nuova segreteria, ma negli ultimi tempi schierato con l’ex premier. A Roma, nelle primarie vinte contro Pierluigi Bersani, Renzi non aveva vinto in nessun seggio: in 19 su 20 si era imposto Cuperlo, sostenuto in chiave anti-Renzi dall’apparato ex comunista, nel ventesimo aveva vinto Pippo Civati (poi uscito dal Pd). E’ su queste basi che ora il PD romano prepara la vendetta contro Renzi, avendo come punto di riferimento Bersani, ancora attivo in Parlamento, e – in una posizione più defilata, ma importante per l’elettorale di sinistra ex PCI – Massimo D’Alema (che la tessera del partito non l’ha rinnovata).

 

Già questa domenica – mentre Renzi riuniva i suoi, a livello nazionale, al Lingotto (Torino) – il PD romano che sostiene Orlandosi è ritrovato per una prima “conta” al teatro Eliseo, dietro a uno slogan, “Cambiare il PD, ricostruire l’Italia”, che solo a dirlo è una scomunica della “rottamazione” renziana. A proclamarlo, non attraverso le poco trasparenti “veline” ma mettendoci la faccia pubblicamente, tutti i principali big piddini della Capitale e dintorni, a cominciare da quelli che attraggono il maggior numero di voti: il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, e il parlamentare europeo Goffredo Bettini,  grande “regista” quindici anni fa dell’elezione a sindaco di Francesco Rutelli e, anni dopo, dell’elezione a sindaco di Roma del “marziano” Ignazio Marino, “dimissionato” poi proprio dal PD anche perché voleva rinnovare il partito. Con loro Monica Cirinnà, la senatrice del PD (“gattara” e vegetariana) che ha all’attivo l’approvazione della legge sulle unioni civili). Tra gli altri che hanno aderito: Mario Ciarla, Massimiliano Valeriani, i parlamentari Mario Miccoli, Ileana Argentin,  Daniela Valentini. Nel centro storico addirittura nato un comitato pro Orlando: “Penso sia la persona giusta per far superare al partito un momento di difficoltà, la figura in grado di restituire al PD una gestione collegiale” ha dichiarato la promotrice Sabrina Alfonsi. Il deputato Umberto Marroni ha fatto sapere che voterà Michele Emiliano.

Ed i renziani? A Roma hanno dovuto faticare per farsi largo e, quando avevano acquisito visibilità, Renzi ha perso il referendum sulle riforme costituzionali e si è dimesso. Le idee del “rottamatore” però avevano trovato sostenitori e anche, come sempre avviene, non pochi avevano aderito alla maggioranza renziana per convenienza. Il sostegno maggiore a Renzi proviene in ogni caso dagli ex democristiani della Margherita che nel PD fanno oggi capo al ministro dei beni culturali Dario Franceschini e alla capogruppo del PD nell’aula Giulio Cesare Michela de Biase (che di Franceschini è la moglie). Restano renziani, scrivono i giornali, anche Roberto Morassut, e Roberto Giachetti, che su richiesta personale dell’ex premier si era immolato nello scontro con Virginia raggi per il Campidoglio. La loro speranza è che Renzi ottenga il 30 aprile più del 50% dei consensi (dal 70% iniziale sarebbe sceso a qualcosa tra il 50 e il 60 per cento). In caso contrario il segretario verrebbe scelto dall’Assemblea nazionale e nessun risultato sarebbe certo in partenza.

Carlo Rebecchi

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