Direttore responsabile Giovanni Tagliapietra

Le famiglie del branco

Le cose non dette sull’agghiacciante vicenda di Giugliano. Facili letture in chiavi sociologiche, morali o politiche di quanto è avvenuto nel paesone del Napoletano. Il tredicenne violentato per anni da undici minorenni fa scalpore fin che resta sotto i riflettori, quindi sfuma nel progressivo oblio. Ma il disastro resta per tutti, protagonisti e comprimari

emanuele_morgantiUsciamo dai binari consueti, superficiali, stereotipati della cronaca. La agghiacciante vicenda del bambino tredicenne – già segnato da un ritardo mentale? – seviziato e violentato da una banda di minorenni a Giugliano, un paese della cintura napoletana che evoca sinistri scenari di cronaca nera e giudiziaria, offre diverse chiavi di lettura. Va letta, interpretata, valutata. Servono risposte, al di là delle indignazioni, delle letture morbose. Cominciamo dal fondo. Anzi, dallo sfondo. Dal quartiere nel quale tutto è avvenuto. Sarebbe comodo poter dire oggi che Camposcino è il Bronx e che gli undici ragazzini che per anni nel quartiere del centro storico di Giugliano hanno seviziato e violentato un loro coetaneo sono dei mostri. Sarebbe più chiaro, sarebbe più facile assorbire una situazione angosciosa. Ci sono i buoni, i normali da una parte e i cattivi, i debosciati, condizionati da un ambiente di prevaricazione, di violenza, di miseria. Ma non è così semplice. Anzi.. Camposcino è un bel quartiere, naturalmente come si può essere belli in queste città mancate: case vecchie, cortili malandati, tappeti di auto, paletti di ferro, anziani sulle panchine, giovani che ciondolano sugli scooter. Il Sud, la piccola provincia tagliata fuori da sviluppo, progresso, informazione. Ma non un ghetto, non una terra di frontiera. Si dirà che sempre nel Napoletano, un quartiere anonimo è stato teatro delle gesta di mostri che si sono accaniti su dei bambini. Ma non è questo il discorso da fare. Sulla piazza che si apre alle spalle del corso principale di Giugliano, c’è la parrocchia San Marco Evangelista. Molte attività sociali: l’azione cattolica; il campo estivoche mette assieme 200 minori e 40 operatori, tornei di calcio, il campetto dell’oratorio. Un bel rettangolo di gioco, recintato ma aperto a tutti, con gli spogliatoi e i bagni. Così belli da non credere che siano diventati uno dei teatri dell’orrore. Proprio qui, il ragazzino preda del branco avrebbe subito più di uno stupro di gruppo. Un quartiere sotto accusa? Per carità. Forse poteva capitare ovunque. E passiamo alla seconda considerazione. Undici minorenni sotto i riflettori, il branco. Ciascuno con un ruolo diverso, certo, ma tutti egualmente coinvolti. Consapevoli di quello che facevano? Consapevoli che la loro giovane età li avrebbe comunque preservati dall’entrare in un gorgo giudiziario/carcerario dal quale si esce comunque segnati? Forse sì, forse no. Inutile nascondersi che l’entroterra napoletano è terra di camorra, anche chi ne resta fortunatamente fuori è al corrente dell’utilizzo, dell’incentivo all’utilizzo dei minorenni per piccoli servizi delinquenziali. In virtù della non punibilità. Il branco è ovviamente in condizione di non nuocere, i ragazzi finiranno in qualche comunità per essere recuperati, resettati, rimessi in partita forse con una maggiore consapevolezza. O finiranno a fondo, difficile fare previsioni.,Ma il discorso è un altro. Undici ragazzini in età scolare, undici famiglie coinvolte. Inconsapevoli, distratte, indifferenti? In quattro anni nessuno ha avvertito segnali d’allarme, comportamenti particolari. Se i colpevoli sono minorenni quando tutto è cominciato dovevano essere poco più che bambini, difficile tenere segreto a lungo un fatto così grosso a quella età. Famiglie operaie, famiglie picccolo borghesi, la parrocchia, la scuola. Un retroterra sociale così amorfo, così poco attento e ricettivo da assorbire tutto questo senza fare una piega? C’è il solito parroco che difende il suo gregge, che avverte che colpevolizzare il quartiere è un errore, che è tutto un problema di cultura. Ora ci sono undici ragazzini in difficoltà – dodici con la vittima – e altrettante famiglie che resteranno segnate a lungo o per sempre. Ed è in queste circostanze che si nota la fragilità del tessuto connettivo sociale, della solidarietà del territorio, della ormai inesistente capacità di controllo da parte della collettività. Della assenza delle istituzioni, della incapacità delle amministrazioni di gestire la normalità e le emergenze. Le famiglie del branco sono a rischio – ad altri stabilire un eventuale livello di responsabilità – lo si può sottoscrivere già da ora. Inevitabili i contraccolpi, gli effetti negativi di quanto è accaduto. Sapranno reggere, crolleranno, diventeranno un “problema” per la collettività? Qualcuno dirà: se lo Stato, le istituzioni, dovessero pensare a tutto dove andremmo a finire… Ma si può anche rispondere: quali altri compiti possono dover avere le istituzioni se non quelli di tenere in piedi, di sorreggere, di surrogare i cittadini in evidente stato di difficoltà? Aspettare i disastri e intervenire a posteriori può essere più semplice. Ma non più giusto. Qualcuno sorregga la vittima di quell’odioso martirio e i suoi familiari. Ma non si abbandonino al loro destino le famiglie del branco.

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