Brain drain: il fenomeno dei cervelli in fuga - Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio | Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio
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Brain drain: il fenomeno dei cervelli in fuga

fuga-cervelli-italiani-295x200Secondo i dati raccolti dalla FILEF , Federazione Italiana dei Lavoratori Emigrati e Famiglie, il numero degli espatri in Italia dal 1870 al 1970 è pari a 27 milioni, di cui ben 7 milioni sono stati registrati nel secondo dopoguerra.
In corrispondenza di un grande sviluppo industriale del Nord Europa, infatti, un numero sempre crescente di italiani iniziò ad emigrare verso Germania, Francia, Belgio e Svizzera, in cerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita.

Dal 1970 al 2005, pur continuando il flusso inarrestabile di emigrati, l’Italia diventa per la prima volta Paese di accoglienza e il numero degli immigrati supera quello degli emigrati.

Con la grande crisi economica che ha avuto inizio negli Stati Uniti nel 2007 e che si è subito diffusa su scala mondiale, i flussi migratori italiani si invertono nuovamente e cresce il numero di emigrati.

Differenze emigrazione ieri e oggi

Due i grandi flussi di emigrazione dall’Italia, dunque, ma con grandi differenze. Nel secolo che va dal 1870 al 1970, infatti, ad emigrare era la fascia più povera della popolazione, dotata di un basso grado di alfabetizzazione, mossa da povertà e disperazione. E spesso la situazione che li attendeva non era delle più rosee: i più fortunati potevano contare sull’aiuto di amici e parenti emigrati in precedenza, ma per gli altri le condizioni di vita rimanevano pessime, aggravate anche dalla difficoltà di non conoscere la lingua del Paese ospitante.

Oggi un altro enorme fenomeno di emigrazione vede protagonista l’Italia, ma le differenze con il passato non mancano. I dati parlano chiaro: secondo il Rapporto sulle Migrazioni curato per conto dell’Ocse dal Centro Studi e Ricerche Idos, nel Febbraio 2017 il numero di persone registrate dalle anagrafi consolari come italiani residenti all’estero è pari a 5 milioni e 200mila e tra questi oltre il 50% è diplomato o laureato.
Non più gente povera e con elevato tasso di analfabetizzazione, dunque, ma professionisti, imprenditori, giovani laureati impazienti di mostrare al mondo intero le proprie capacità e stanchi delle “porte in faccia” ricevute in Italia.

Per questo oggi si parla di Brain Drain, ovvero fuga di cervelli. Ma quali sono le conseguenze di questa nuova ondata di emigrazione? La mobilità e la flessibilità di gente con alta specializzazione professionale non rappresenta di per sé un qualcosa di negativo, ma anzi favorisce la diffusione di cultura, informazioni e conoscenze; ciò che però può avere gravi ripercussioni sul Paese dal quale tali cervelli emigrano, è il forte disequilibrio tra tali persone di talento che lasciano il Paese e quelli che vi entrano. Questo disequilibrio rischia di rallentare il progresso culturale, tecnologico ed economico dell’Italia che in tal modo si lascia sfuggire risorse utili, perdendo il ritorno sugli investimenti fatti per istruire tali emigranti in capitale umano e le esternalità positive.

Inoltre uno studio recentemente portato avanti nell’articolo “Quantifying the negative impact of brain drain on the integration of European science” scritto da Omar A. Doria Arrieta, Fabio Pammolli e Alexander M. Petersen mette in evidenza come il mancato equilibrio della fuga di cervelli in Europa influenzi negativamente anche la collaborazione internazionale nel campo della scienza e della ricerca.

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