BIANCO, ROSSO E QUARANTA - Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio | Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio
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BIANCO, ROSSO E QUARANTA

verdone40Quarant’anni e non sentirli! È proprio il caso di dirlo quando si parla di quello che, dopo Alberto Sordi, ha rappresentato più di tutti, nel panorama cinematografico, Roma e i romani a 360 gradi: Carlo Verdone. Sappiamo molto bene che Verdone, pur apprezzando il riconoscimento fatto da Sordi in una puntata del Maurizio Costanzo Show, non ha mai amato essere considerato “l’erede” artistico del grande attore perché, a suo dire, Sordi era una “Maschera” impossibile da eguagliare.

Eppure, i personaggi di Carlo Verdone sono entrati nella mente di tante generazioni che, a partire dal 1980 in poi, hanno fatto proprie certe battute e certi modi di essere. I volti portati davanti alla macchina da presa di Verdone hanno, a differenza di quelli di Sordi, messo in evidenza l’aspetto psicologico e le fragilità che contraddistinguono le persone, anche in base ai tempi che man mano si vanno vivendo. L’Albertone nazionale invece, era più incentrato sullo “status sociale” del soggetto da rappresentare (figlio, marito, vedovo, vigile, medico, vetturino, tassista, nobile, plebeo e tanti altri ancora). Sta di fatto che, la romanità che questi due grandi Artisti hanno portato sul grande e piccolo schermo ha conquistato i cuori degli spettatori.

Carlo Verdone, ha esordito, televisivamente parlando, nel 1978 in un programma di Enzo Trapani dal titolo “Non stop” in cui, iniziava a proporre quelli che sarebbero divenuti i suoi cavalli di battaglia: il bullo, il timido, il logorroico ecc. Ma ciò che lo portò ad essere amato dal grande pubblico fu il primo film, in cui esordì come regista, dal titolo “Un sacco bello” (1980), suddiviso in tre episodi, ognuno con un protagonista diverso, in cui emerse una grande spalla come Mario Brega che lo stesso Verdone fece recitare in altri film successivi.

Il successo fu tale da spingere il giovane Carlo e Sergio Leone (che aveva prodotto la prima pellicola) a fare un secondo lavoro dal titolo “Bianco, rosso e Verdone”, sempre con i personaggi ed ancora una volta con Mario Brega accanto e due grandi novità chiamate Angelo Infanti e Elena Fabrizi, per tutti “Sora Lella”. Va detto che, nonostante il grande successo che anche in questo caso l’attore romano ottenne, il film andò leggermente meno bene rispetto al primo, anche per via del “concorrente” “Ricomincio da tre” a firma di Massimo Troisi. Questo leggero calo portò i critici a dubitare delle qualità artistiche dell’attore. “Ormai s’è sparato tutte le cartucce! Sarebbe in grado di fare un film mettendo solo la sua faccia senza ricorrere a parrucche, occhialetti ecc.?” erano i commenti che gli addetti ai lavori facevano e che portarono lo stesso Leone a prendere le distanze dal suo figlioccio artistico.

La ripresa venne grazie ad una telefonata di Mario Cecchi Gori che, rimasto colpito dall’episodio dell’emigrante in “Bianco, rosso e Verdone”, volle incontrare l’attore per offrirgli un contratto per una pellicola in cui però non dovevano apparire personaggi di alcun genere ma solo lui con la sua faccia. Racconta Carlo che a questa richiesta tirò un sospiro di sollievo poiché dentro di sé sentiva la necessità di porsi in modo nuovo al pubblico. Da qui nacque il terzo grande film intitolato “Borotalco” con una bellissima Eleonora Giorgi come partner. Il successo fu tale che il nome di Verdone ebbe la piena approvazione dei critici e dei produttori.

Un susseguirsi di titoli destinati a diventare “cult” presero anima e corpo negli anni avvenire: “I due Carabinieri”, “Compagni di Scuola”, “Io e mia sorella”, “Il bambino e il poliziotto”, “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” e ancora “Al lupo al lupo”, “Viaggi di nozze”, “Sono pazzo di Iris Blond” e potremmo continuare per intere righe fino ad approdare a “Benedetta follia”, ultimo sforzo dell’attore romano.

La figura di Carlo Verdone ha sempre suscitato simpatia nella gente ed anche chi scrive ha avuto il piacere di fermarlo per strada, scambiarci due parole, ricevere un autografo e la dedica sul libro “La casa sopra i portici” in cui il regista parla della sua infanzia/adolescenza trascorsa nell’appartamento sito su Lungotevere davanti a Ponte Sisto.

Quarant’anni di attività brillante, con un pubblico sempre pronto a ridere davanti alle battute e a riflettere sulla trama malinconica che caratterizza i suoi film.

Ci auguriamo che la “verve verdoniana” non venga mai meno seppur sotto diverse forme che ovviamente debbono adeguarsi alla legge naturale del tempo. Auguri Carlo!!!!

 

Stefano Boeris

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