Il gioco delle tre carte e le nuove assunzioni - Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio | Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio
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Il gioco delle tre carte e le nuove assunzioni

Ignazio Marino prova a scaricare sull'Inps 4mila dipendenti anziani (violando la riforma Fornero). E propone - con i 160 milioni risparmiati - di assumere altri giovani per svecchiare il Campidoglio. Ma con un disavanzo di oltre 1 miliardo, 70mila dipendenti e tante municipalizzate da far invidia all'Iri farebbe meglio a chiedere la testa di chi li ha raccomandati. Ma forse non può farlo

ignazio-marino-32A quale manager – in questi tempi di crisi – non piacerebbe riallineare i conti della società mandando in pensione 4mila dipendenti? Peccato che non si possa più fare (la riforma Fornero lo  vieta) e allora i politici nostrani invece di provare e immaginare un lavoro e un’attività che giustifichi lo stipendio elargito, si inventano una clausola ad hoc, per aggirare la norma e alleggerire i rispettivi bilanci di migliaia di dipendenti (e dei relativi stipendi).
L’ultimo in ordine di tempo ad industriarsi per trovare un escamotage – già tentato, già fallito nel 2013 – è il sindaco di Roma Ignazio Marino. Consapevole di un disavanzo monster (oltre 1,2 miliardi l’anno), il sindaco in bicicletta sta ora provando con l’Anci (l’associazione dei comuni d’Italia) a fare fronte comune e a chiedere una fantasiosa deroga alla legge Fornero che impone nuovi paletti ai pensionamenti e vieta di mandare a riposo i dipendenti in esubero.
Peccato che se la norma immaginata da Marino e da una combriccola di altri primi cittadini passasse in Parlamento (dove il blitz è stato già tentato a novembre con la recente Legge di Stabilità), a pagare sarebbero tutti gli italiani e non solo le casse del comune. Certo il Campidoglio risparmierebbe un mucchio di quattrini (160 milioni secondo le stime del sindaco), però a rimetterci molti più soldi sarebbe la fiscalità generale che dovrebbe regalare anni e forse decenni di immeritato vitalizio a migliaia di dipendenti in eccedenza.
Ogni anno l’Inps spende 270 miliardi (oltre il 16% del Pil) per pagare pensioni e assegni sociali. I contributi versati dai lavoratori attivi non bastano a coprire le uscite e quindi lo Stato è ciclicamente costretto a iniettare oltre 90 miliardi l’anno per far quadrare i conti. Aumentare la platea dei pensionati vuol dire spostare il debito dalle casse (vuote) del Campidoglio, a quelle ancora più malmesse dell’Inps, facendo lievitare i trasferimenti finanziari dello Stato  verso l’Istituto previdenziale.
Proprio per questo motivo la norma escogitata dal club dei sindaci è stata stoppata con la legge di Stabilità, e proprio per questo motivo i primi cittadini dei grandi comuni d’Italia ora tornano all’attacco. Voglio scaricare sulla fiscalità generale – sulle tasse di tutti gli italiani – un bacino potenziale di decine di migliaia di aspiranti pensionati. Per alleggerirsi i conti in casa propria, così da risultar formalmente virtuosi. Tralasciando il particolare che a saldare il buco sarebbero tutti gli italiani, con un perverso trasferimenti di costi e responsabilità.
Il Comune di Roma ha circa 70mila dipendenti (diretti e delle municipalizzate). Mandarne in pensione almeno 4mila vorrebbe dire ridurre del 5,7% la pianta organica complessiva. Dal punto di vista contabile sarebbe un successo per la Capitale (e per le altre città che beneficiassero dell’escamotage previdenziale), dal punto di vista finanziario sarebbe una follia. Non solo i 4mila dipendenti prepensionati graverebbe su tutti i contribuenti, ma verrebbero a mancare centinaia di milioni di contributi, per ogni singolo anno di anticipo del pensionamento. Marino spiega che con le risorse liberate (i 160 milioni di risparmi) si potrebbero assumere giovani. E’ un alibi. Una città in dissesto strutturale, non dovrebbe pensare a marchingegni per far quadrare i bilanci, ma aumentare le entrate e tagliare le uscite.
Certo che al Comune di Roma servirebbe l’iniezione di  energie giovanili, ma con i conti malmessi che ci ritroviamo sarebbe da folli far ripartire la macchina delle assunzioni.
Tanto più che i concorsi pubblici danno lavoro soltanto a chi li allestisce e gestisce. Ci sono in lista di attesa migliaia di vincitori che solo un giudice – a questo punto – può integrare in organico. Resta da capire come un amministratore di una multinazionale come Roma (la Capitale ha un “fatturato” di oltre 9 miliardi l’anno), possa soltanto pensare di assumere nuovo personale mentre si discute su come tagliare l’esercito dei dipendenti pubblici, applicare una spending review al pubblico impiego, ridurre i costi della macchina pubblica.
Roma deve aumentare le entrate, non le uscite. Dovrebbe favorire il turismo, rilanciare il commercio e il terziario, non implementare il lavoro statale. E invece no. Si blocca il traffico, ci si inventa modi bizzarri per attirare l’attenzione mondiale (chiusura parziale dei Fori Imperiali), si organizzano concerti rock  nel pieno del parco archeologico, incuranti dei possibili danni.
Bisogna  ripensare ad un modello per Roma. Magari cacciare via un po’ dei raccomandati assunti (con contratti faraonici) nelle municipalizzate, e magari chiedere giudiziariamente una punizione esemplare per chi ha permesso questi favoritismi. E per chi ne ha goduto.
Avete sentito dell’allontanamento di uno solo dei raccomandati? No, perché nessuno se ne è preso la briga. Forse perché mettere mano al librone delle raccomandazioni  coinvolge tutti: destra, sinistra e centro. E bisogna confidare solo nella prescrizione dei reati (5 anni) per non andare a sbattere contro una giostra di interessi incrociati. Leonardo Giocoli
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